
Quando si arriva all'ultima settimana o agli ultimi giorni
della gravidanza (e intanto disegno un utero con tutto il contenuto in
grandezza naturale, logicamente a testa in giù e non in su) iniziano le contrazioni preparatorie che esercitano un
effetto sia modificando la posizione del feto per facilitare l'espulsione, sia
favorendo la dilatazione dell'utero. Questo incomincia a rispondere ad un
ormone, l'ossitocina, cioè ad un messaggio che da un po di tempo gli
mandava l'ipofisi (ghiandola posta nel cranio sotto la parte centrale del
cervello) e inizia il lavoro del parto. Le contrazioni delle fibre
muscolari dell'utero dilatano prima il collo e la bocca dell'utero e si
rompe così il sacco delle membrane: il liquido amniotico esce ed intanto il
bambino viene spinto, sempre dalla muscolatura, verso il piccolo bacino.
Il bambino che aveva superato il pube nel secondo mese di
gravidanza ed era poi cresciuto sostenuto dal grande bacino (formato
dalle ali iliache, dalla colonna vertebrale che poggia sul sacro e
dal pube) simile ad un catino al quale si sia tolto il fondo, — e
metto le mani aperte verso l'alto tenendo i polsi distanziati — ora deve
infilarsi nel piccolo bacino — nella parte distanziata fra i polsi — cioè in un canale fatto dal sacrococcige dietro e dall'ischiopube in avanti con
vari legamenti e muscoli.
La muscolatura dell'utero, aiutata dai muscoli dell'addome, del torace e persino del collo
ma
soprattutto dai polmoni (figura sotto, a sinistra) con
il diaframma (figura sotto, a destra) — ecco la grande ora, lo sforzo grandissimo della
partoriente! — preme sul podice, il culetto, e su tutto il corpo del piccolo e
la testa viene spinta sempre più in basso ed avanza gradatamente, ad ogni
contrazione, nel canale pelvico.

Ma il bacino della donna è più piccolo della testa del
bambino di un centimetro e anche più nei vari diametri: grazie ai movimenti del
sacro sulle ali iliache (nutazione e contronutazione) e alla
distensione della sinfisi pubica la donna guadagna qualche millimetro.
Il resto del lavoro lo deve fare la testa del bambino, il quale non ha le
ossa del cranio saldate.

Le ossa della testa del bambino possono un poco scivolare l'una sull'altra (muovo le tre dita mediane unite facendole leggermente scorrere sulla punta), sono come delle tavole curve non saldate e senza spigoli: una tavola accanto all'altra a formare una scatola rotonda con dei buchi [18].
«Le fontanelle» mi dicono.
«Ebbene guardate cosa succede». Avvicino le mani
a formare una palla vuota tenendo unite le punte delle tre dita di mezzo. I
mignoli li mostro staccati. «Sotto la spinta la testa muta forma per farsi
strada. Guardate ... avete visto?». Ho avvicinato anche i mignoli tenendo
ferme le altre dita e ovviamente la forma delle mani è mutata. «Si è allungata» mi dicono e ... seguono le varie
comunicazioni sulle teste dei fratellini. Porto le mani, così unite,
all'altezza del pube e con un colpo le spingo in basso: «quando la
testa è passata tutto il resto sguscia fuori in un momento».
Il bambino è fuori, l'ostetrica lo prende per i piedi per fargli uscire dalla bocca e dal naso il liquido amniotico eventualmente rimasto (altrimenti potrebbe avere una polmonite ab ingestis, la polmonite dell'annegato), e il bambino strilla. l'aria entra per la prima volta nei suoi polmoni e per lui incomincia una nuova vita. Naturalmente cè sempre chi parla delle sculacciate date al bambino. «Certo, si danno a volte per farlo respirare».
«E se non respira?»
«II neonato
è fortissimo. Può stare fino a quindici minuti senza respirare, noi soltanto
due!».
«Poi si taglia il cordone ombelicale».
«Attenti perché domani potrebbe capitare a voi uomini
di dover aiutare vostra moglie a partorire: prima si lega con un filo il
cordone sia dalla parte della madre sia dalla parte del bambino e poi con un
paio di forbici si taglia fra le due legature. Se si tagliasse senza legarlo
provocheremmo una emorragia al piccolo e alla madre: il sangue passava di lì.
Quando il cordone è stato tagliato si annoda su se stesso nella parte
attaccata al bambino ed in capo ad una ventina di giorni cadrà lasciando una «cicatrice», l'ombelico.
Si pulisce il bambino: gli mettiamo delle gocce disinfettanti negli occhi (per la blenorragia) e gli facciamo il primo bagnetto togliendogli la pellicina bianca che lo copre tutto, la vernice caseosa. Lavato lo si avvolge in panni caldi e lo si lascia da parte.
Intanto la muscolatura dell'utero ha ripreso a contrarsi: taglierà via la placenta la quale sarà così espulsa come seconda e perciò questo momento del parto si chiama secondamento. l'ostetrica guarderà se la placenta cè tutta, se non ne è rimasta dentro nemmeno un pezzettino [19] e il parto è finito.
l'utero non torna subito alla sua grandezza iniziale. Nei giorni che verranno la donna avrà delle perdite di sangue che nel giro di tre quattro settimane diventeranno chiare e scarse fino a scomparire: sono le lochiazioni. Ancora contrazioni muscolari, favorite dal succhiamento alle mammelle da parte del neonato, porteranno l'utero nel giro di poche settimane alla grandezza iniziale del pugno di una bambina, dietro il pube.
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Le nostre mamme hanno sofferto per farci venire al mondo,
sofferto anche dolori forti, ma pochi sono coloro che parlano delle sofferenze
del bambino [20].
Invito i ragazzi ad esaminare le diverse situazioni dentro l'utero e fuori, ad esaminare le modificazioni del cranio e il colore rossastro o addirittura bluastro della pelle, indice di mancata ossigenazione durante il parto.
Dico ai ragazzi che oggi si partorisce senza dolore e che vi sono diversi metodi per partorire: ne spiego la meccanica tutta fondata sulla respirazione col diaframma — e li invito a respirare a cagnolino perché possano comprendere — e sul rilassamento [21].
Mi chiedono a volte «ma non cè sulla Bibbia che la donna dovrà partorire con dolore?» ed io spiego che il partorire non è solo il momento del far venire alla luce ma ogni volta che la madre vede il figlio o la figlia staccarsi da lei ed andarsene. Tagliare il cordone ombelicale non è solo l'atto fisico al momento della nascita, ma ogni momento di distacco: dall'andare la prima volta a scuola o in colonia per le vacanze, dall'andare via per lavoro o perché ci si sposa.

Dico ai ragazzi che la donna ha bisogno della presenza dello sposo durante il parto e che non è giusto, soprattutto, che la coppia sia defraudata di una simile esperienza. Veder nascere il proprio figlio è un diritto che l'uomo ha e nessuna legge ospedaliera dovrebbe opporsi: si tratterà di preparare anche l'uomo ma un giorno si arriverà anche in Italia ad «invitare» il marito in sala parto, come si fa in alcuni Paesi. Questo se non vogliamo restare indietro di cinquantanni rispetto ad altre nazioni. Tanto più che l'Italia fu una delle prime a realizzare il parto nuovo, dopo l'Inghilterra dove il ginecologo G. Read aveva incominciato nel 1933, la Russia con il Nikolaiev che divulgò talmente il nuovo modo di partorire da essere reso obbligatorio presso le Maternità di Stato e la Francia che grazie a M. Mayer iniziò chiamandolo «parto naturale». Il merito in Italia va al dr. Mario Cornali che, dopo aver imparato a Parigi, organizzò nel 1954, con l'aiuto del prof. Malcovati e l'intelligente assistenza di una ostetrica, sorella Pianta, all'ospedale Principessa Jolanda il primo centro pilota seguito poi da altri in varie città italiane.
Una delle prime donne che partorì col dott. Cornali
descrisse in una lettera ciò che aveva provato e questa lettera, che ora
riporto perché sempre utile, per anni fu letta al corso preparatorio dello
stesso ospedale.
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È bello partorire. Leggo nel mattutino e nel
vespro:
«Maria contempla estatica del mondo il Creatore dal seno Suo procedere, da Lei nel mondo uscir.»
E sono tutta un inno di ringraziamento. Cè voluta una quarta bambina perché io divenissi veramente mamma, cè voluto questo parto perché anchio potessi pensare: «Contemplo estatica una creatura procedere dal mio seno, da me nel mondo uscir». Ecco ciò che ho sentito in quei pochi minuti di parto. La sensazione di qualcosa che sfugge dal mio grembo, di un essere che esce da me, quasi altra me stessa, per vivere una nuova vita. E la gioia di dire: io sola l'ho fatta nascere (mi perdoni il medico e l'ostetrica).
Se ripenso alle ore precedenti, se ripenso al marito che stanco dormiva accanto a me profondamente, vorrei gridare alle donne: Abbiate un figlio solo per provare l'esclusività del parto. Non è entusiasmo. Tutto è calcolato, soppesato nei minimi particolari. Finalmente posso dire agli uomini: Una gioia non proverete mai: partorire. Una superiorità che la donna ha finalmente su di voi. Non rida dottore, ma ho avuto l'idea netta, chiara che il partorire è una faccenda nostra, un compito nostro come il disporre dei fiori in un vaso o il preparare una minestra calda. Un privilegio nostro al quale non vorrei mai rinunciare. Ed ora mi sto godendo alcuni giorni di pace, di riposo, di vacanza.
Faccia quel che vuole di questa lettera ma sarei lieta che la leggesse giù al corso: forse potrà servire a qualcuna. Pensando a questo mi permetta di ripetere qualche riflessione. Alle prime contrazioni non vi preoccupate se non riuscite a far bene la respirazione ed il rilassamento: sono contrazioni brevi con intervalli magari lunghi. Approfittate per allenarvi e riposate. Poi quando diverranno frequenti, ricordatevi che la mia bambina è più bella perché è rosa. Chiudereste la bocca e il naso al vostro bambino fino a farlo divenire rosso magari blu solo perché vi importuna mentre avete un atroce mal di capo? Il dottore ha detto che gli Americani attribuiscono varie malattie alle sofferenze provate dal bimbo durante il travaglio. Noi non ci crediamo, però può fare bene pensarlo quando le contrazioni si fanno più frequenti.
Troverete che il letto di gomma non vi aiuta molto mentre
respirate, se ne andrà un po per conto suo... beh qui arrangiatevi come
potete, al prossimo parto gli ostetrici ci avranno fornito di un letto speciale!
Così vi sarà qualcuno che vi farà una domanda gentile
proprio quando cè una contrazione e state respirando. In questo caso ... fate
le maleducate e non rispondete. Avrete tempo dopo, altrimenti ... tanto peggio.
Non abbiamo un bel cartello su di noi con scritto «partorisco col metodo».
La vicinanza del marito? Checché ne dica il dottore io la trovo favorevole (non so che ne sia della mamma, ma se questa è intelligente e segue l'esperienza della figlia con interesse penso possa pure essere favorevole). l'avere qualcuno accanto che sappia che cosa state facendo, che interrompa il discorso quando voi fate silenzio e non lo guardate, che segua magari il vostro respiro e vi dica ecco il grafico della tua contrazione, una punta... una punta e poi unaltra... Non tutte le contrazioni infatti sono simili (non lo sapevo prima). Si possono fare dei bei disegni, magari un paio di colline con in mezzo il Cervino o il Monte Rosa. Potete poi discutere e vedere se siete state brave o no.
Respirazione e contrazione: il binario sul corpo che riposa.
È essenziale e facile. Direi che, sentita la contrazione, subito rilassate e abbandonate al corpo che vi sostiene (di giorno ero sulla sdraio o in piedi appoggiata al muro) diviene istintiva la respirazione con la cupola del diaframma. (Perdoni dottore, insisto su questo perché a ginnastica la signorina diceva «respirate in gola» ed io che seguivo alla lettera contraevo il diaframma e mi sforzavo di fare una respirazione più alta possibile all'apice del polmone, faticosa, irregolare che mi lasciava stanchezza oltre che al diaframma anche ai grandi dorsali. Per questa ragione non riuscendo a seguirla mi scoraggiai. Vi sono andata due sole volte infatti. Ciò che mi aiutò e mi fece capire che forse io non avevo ben inteso la signorina era la storia dell'uomo delle caverne col diaframma robusto che ora hanno solo i cantanti e la vista della sua mano piegata con le dita fluttuanti.)
È lo sfuggire di una parte del corpo, e solo di quella!, a qualcosa il cui contatto provoca dolore.
Quando le contrazioni saranno lunghe fatevi dare ... un panno che vedrete resterà quasi asciutto. Il pensiero di poter fare liberamente senza lasciare tracce sul letto vi aiuterà a rilassare il perineo. Allora sentirete qualcosa che si dilata, avrete una sensazione piacevole come è piacevole lo svuotamento di una vescica tenuta troppo a lungo piena, una sensazione di liberazione, l'impressione che qualcosa all'interno venga ad occupare questo nuovo spazio e la contrazione che finisce quasi subito.
Se è notte dormite tra una contrazione e l'altra. Non so come vada con un sonnifero poiché io non ne avevo bisogno: il rilassamento mi faceva subito prendere sonno. Se è giorno riposate lo stesso: la contrazione vi sveglierà. Sentirete qualcosa all'utero. Rilassatevi. Respirate bene.
Quella sensazione è una contrazione e solo una contrazione come per qualsiasi altro muscolo. Se non respirate, se vi abbandonate a partorire come tutte le altre donne, quella sensazione sarà un dolore che vi farà torcere sul letto.
In sala parto fanno piacere le calze di lana, avrei gradito due cuscini pure di lana ai reni (li ho sostituiti con la camicia).
Le sarei stata grata dottore se mi avesse parlato prima del brivido: era ciò che più di tutto mi impressionava, più ancora della sua faccia. Non ricordo infatti nulla degli altri due parti. Solo che il primo ebbi l'anestesia totale alla fine e lo trovai bestiale, il secondo — gemellare — fu doloroso e laborioso. Questo prova che non erano fatti bene, non secondo natura. Parto naturale, aggettivo esatto. Così infatti penso partoriscano gli animali.
Le nostre gambe sono rilassate. Ma questa è la posizione
naturale istintiva di quella parte del corpo, solo lavora il nostro diaframma,
il nostro collo e le nostre braccia. Dico lavora ed è esatto: spingono qualcosa
lontano da noi come un carrello un po pesante.
Ma i nostri polmoni sono pieni daria, abbiamo
unimpressione di benessere, confrontato all'avambraccio del medico che premeva
una volta sul nostro ventre.
Siamo conscie di ciò che facciamo, comprendiamo che quello e non un altro movimento dobbiamo fare, che se sbagliamo — come feci io una volta — le «carognette siamo noi».
l'ostetrica mi disse «si vedono i capelli ma non il sesso» e ciò è carino, ci sta bene. Si può chiacchierare e scherzare, sinceramente. Unattimo solo ho avuto l'impressione brutta quasi disperata, di non saper che fare, l'ultimo istante: un bruciore che non mi spiego (alcool sui guanti dell'ostetrica?) pochissimi secondi in cui l'ostetrica, penso, liberasse la testa del bambino. Ed io ero seduta ad aspettare di vedere la piccola.
«Fagliela vedere» diceva il medico. «Un momento», cera il cordone da sistemare, pensai.
«È rosa!» e ho osservato per la prima volta la vernice caseosa con un certo interesse.
Quando l'infermiera mi mise vicino al volto il piccolo viso non lo baciai, per igiene, ma ne avevo tanta voglia. Fui paga di avere la mia guancia contro la sua.
E fu una grande gioia. Non era l'essere che mi aveva fatto
soffrire, per la prima volta era la mia bambina che aveva lavorato con me.
Grazie dottore.
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Pochi, probabilmente, ricordano il tranello nel quale si cadde da studenti di fronte all'espressione «parto cesareo». Era in qualche modo legata al nome di Giulio Cesare? Poi apprendemmo che il termine che tanto ci aveva confuso deriva dal latino «caeso utero», ovvero taglio dell'utero. l'occasione per tornare su queste e altre «curiosità» etimologiche e storiche l'ha fornita il Congresso nazionale di Ostetricia e Ginecologia svoltosi in ottobre a Taormina: qui il Prof. Crainz, direttore della I Clinica Ostetrica e Ginecologica dell'Università di Roma, ha dedicato appunto la sua relazione alla «storia» di questa metodica ostetrico-ginecologica.
Il parto cesareo risale ad epoca così remota che non è
possibile rintracciarne l'origine, né sapere da chi e quando venne per primo
eseguito. Quel che è certo è che dapprima si praticò sulla donna
morta allo scopo di salvare il bambino, e che solo dopo parecchi secoli di
pratica così concepita venne eseguito sulla donna viva, nell'interesse perciò
anche materno.
Il parto cesareo su donna morta era di pratica corrente nell'antica Roma; era anzi obbligatorio fin dai tempi della «Lex Regia». Tale legge venne non solo conservata nell'epoca cristiana ma, col passare dei secoli, fu sempre adeguata alla mentalità del tempo mediante adeguate disposizioni per assicurare il battesimo al neonato nel caso di decesso della madre. Persino i sacerdoti erano tenuti a eseguirlo. In base a questo principio vennero salvati migliaia di bambini tra cui figurano Andrea Doria, Edoardo VI dInghilterra, Sancio Re di Navarra.
Poi, intorno al 1500 il «taglio» cominciò a essere effettuato
sulla donna viva.
Cera un motivo di fanatismo prettamente medievale alla base
di tale provvedimento: il bambino doveva nascere «puro», non
contaminato, cioè, dalle vie naturali materne.
Fu, quello, un periodo di contrasti pro e contro il parto cesareo per l'altissima mortalità materna che raggiungeva unincidenza davvero
impressionante: dal 52 all'85 per cento. l'emorragia della parete uterina e la
peritonite determinate dalla mancata sutura dell'utero rappresentavano le cause
principali di tale esito sfortunato: è ancora incerto chi sia stato il primo a
eseguire il primo parto cesareo su vivente: molti ritengono che sia stato un
certo Giacomo Nufer della Turgovia, di professione «castratore di porci», il quale l'avrebbe eseguito felicemente sulla propria consorte.
Ma cè una data che rappresenta la pietra miliare della storia del parto cesareo: è il 21 maggio 1876. Fu in quel giorno, infatti, che il prof. Edoardo Porro di Pavia, di fronte a una partoriente dal bacino strettissimo diede luogo a un periodo di rilancio. Al taglio il Porro fece seguire l'estirpazione dell'utero allo scopo di evitare sia l'emorragia come pure l'infezione. Ma l'intervento così concepito risultava mutilante determinando esso la sterilità. Si continuò comunque con quel criterio considerato come «formidabile, temibile, estrema risorsa dell'ostetricia» sino al 1881, sino a quando, cioè, non ci fu chi riuscì a effettuare e a insegnare la sutura della breccia uterina. In tal modo si chiude l'era infelice del «taglio» conservatore senza sutura o con sutura incompleta riservata a rari casi, e si apre l'orizzonte fortunato del parto cesareo, tecnica ormai entrata nell'uso dell'ostetricia a larghissimo raggio.